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La notte dei sussurri è appena iniziata.
Fuori, il vento urla contro i vetri,
ma dentro… dentro c’è un altro suono.
Ogni silenzio ha un respiro,
vivo, ansimante, che mi sfiora la nuca,
si insinua tra i capelli, vibra sotto la pelle.
Mi impongo di ignorarlo.
Ma non posso.
Le pareti respirano con me.
Ogni scricchiolio, ogni ombra, ogni passo invisibile
mi costringe a ricordare chi sono…
e chi non voglio essere.
Il buio non è vuoto: ha pelle, calore,
un odore umido di pioggia e ricordo.
Lo sento muoversi lento,
come se aspettasse il mio respiro per farsi vivo.
Mi chiedo: è lui?
O sono io che mi ascolto dall’interno,
contorcendo i pensieri come carne viva?
Il corpo trema.
Le mani mi sembrano lontane,
eppure percepisco ogni fibra, ogni battito,
come se non appartenessero più a me.
C’è una voce nella casa... o forse nella mente
che sussurra senza suono, che chiama senza nome.
Mi dice che tutto ritorna.
Che anche ciò che muore ha sete...
e la sete non distingue il sangue dal ricordo.
Mi dico di fuggire...
ma la fuga non esiste.
C’è solo il corpo che risponde,
che si piega, che si tende verso ciò che lo brucia.
C’è solo il respiro...
il suo, il mio, quello che riempie la stanza,
che si fa ritmo, ossessione, pelle.
Mi appoggio al muro.
Sento il battito dietro la pietra,
come se la casa avesse un cuore che pulsa al mio passo.
La paura sa di ferro.
Il desiderio ne ha lo stesso sapore.
Forse non è un fantasma.
Forse è solo la parte di me che non vuole morire.
Quella che ansima, che arde,
che trova nella fine la sua unica certezza.
Mi dico di restare.
Di ascoltare.
Perché anche il silenzio, se lo ascolti abbastanza,
ti risponde.
La sua voce è calda.
Brucia.
E dentro quel bruciare... io sono viva.